LA STORIA

La Capoeira è una forma di autodifesa che nasce circa cinquecento anni fa con la deportazione degli schiavi africani in Brasile.
Nelle “Senzalas”- i raggruppamenti di baracche all’interno delle piantagioni dove vivevano gli schiavi – la capoeira nacque e crebbe clandestina.
Infatti gli schiavi, per poterla praticare, poiché era loro proibita qualsiasi forma di arte marziale che potesse essere strumento offensivo o difensivo, ne mascherarono i movimenti di difesa e di attacco: con eleganti acrobazie e l’accompagnamento della musica, quella loro arte guerriera sembrava una danza. Il giorno dedicato alla capoeira era la domenica, giorno di riposo e di distrazione. Certo gli schiavi praticavano la capoeira preservandosi l’un l’altro tanto che quella strana forma di combattimento assunse anche un importante aspetto ludico.

Così lo strano aspetto ibrido della capoeira è giunto fino ad oggi:due capoeiristi lottano/danzano/giocano al centro del cerchio (roda) che altre persone formano attorno a loro cantando per accompagnarne il confronto. Entrambi i capoeiristi cercano di prevalere sul compagno/avversario con acrobazie, attacchi e finte, senza mai smettere di andare a tempo. In una sorta di gioco degli scacchi praticato con l'intero corpo, l’obiettivo è, pur senza contatto, di mettere in difficoltà l'avversario, limitandone le possibilità di movimento in un continuo alternarsi di attacchi e difese fluidi e circolari.

Nella roda esistono delle regole etiche di comportamento, ma quello che succede all’interno del cerchio è il risultato dell’alchimia delle sue componenti: il ritmo degli strumenti e delle mani, il canto, i due capoeiristi si muovono al suo interno. Scopo del gioco è dimostrare al compagno/avversario la supremazia dell’agilità sulla forza, dell’astuzia sulla rabbia.
In Brasile dopo un lungo periodo di illegalità dovuta a questioni razziali (la capoeira è da sempre simbolo di liberazione della comunità afro-brasiliana), questa disciplina si è imposta come sport nazionale. A partire dagli anni settanta si è diffusa prima negli Stati Uniti, dove ha contribuito alla nascita della break-dance, poi in Europa attirando l’attenzione della danza contemporanea e dello spettacolo.


UN PO’ DI STORIA…

Il periodo della schiavitù

Il 1500 è la data di inizio della dominazione coloniale portoghese in Brasile, che durerà fino al 1822, anno in cui il Brasile conquista l’indipendenza.
In principio l'economia brasiliana è basata quasi esclusivamente sulle piantagioni di canna da zucchero.
Non avendo abbastanza manodopera, poichè i tentativi di schiavizzazione degli indios non erano andati a buon fine (gli indios sottoposti a lavoro forzato si lasciavano morire), i portoghesi cominciano a importare in maniera sempre più massiccia schiavi neri dall'Africa: dal 1500 al 1888 quasi quattro milioni di africani attraversano forzatamente l'Atlantico per stabilirsi in Brasile, dove sono costretti a lavorare in condizioni disumane.
I territori sconfinati e ricchissimi del Brasile, richiedevano una quantità di schiavi enorme: l’organizzazione usuale dell’alloggio e dell’educazione dello schiavo proveniente dall’esperienza nord-americana (dove la percentuale di schiavi era comunque inferiore a quella dei cittadini liberi) non si addiceva alla situazione. Così gli schiavi vennero lasciati a loro stessi, con l’unico accorgimento di mescolare popoli, tribù ed etnie differenti e spesso nemiche allo scopo di osteggiarne la comunicazione e l’unione. Anche per quanto riguarda gli alloggi, furono gli stessi schiavi ad organizzare piccoli raggruppamenti di basse capanne all’interno delle piantagioni. Questi piccoli siti abitativi si chiamano senzalas. Nella senzala, nonostante le prime difficoltà determinate dalla convivenza forzata di culture diverse e spesso nemiche, con l’andar del tempo si costituisce una nuova cultura, più ricca e varia, di stampo africano. La naturale propensione all’espressione musicale e alla danza, le tradizioni marziali di ciascun popolo si scambiano e si uniscono creando le basi per la nascita della capoeira. Anche dal punto di vista religioso perdurano le tradizioni politeiste africane, ile cui divinità venivano nascoste sotto i nomi dei santi cattolici per non essere mira di persecuzioni
Il lavoro nelle piantagioni era davvero massacrante e presto gli schiavi cominciavano a fuggire. La fuga di uno schiavo era molto temuta sia per la perdita economica che per l’esempio che il fuggitivo avrebbe costituito per gli altri. Così si mettevano taglie sui fuggiaschi e si pagava una guardia speciale – spesso costituita a sua volta da schiavi a cui era stata concessa la libertà e la promessa di piccoli appezzamenti terrieri in cambio della loro fedeltà al padrone “senhor do engenho”– per impedire tali fughe o per rincorrere i fuggiaschi. Questa guardia era costituita dai “capitães do mato” noti per la loro crudeltà.
Quando le fughe avevano buon esito, il rifugio dei fuggitivi era la foresta e piano piano si andarono organizzando dei villaggi chiamati quilombos (che letteralmente significa accampamento o fortezza). Nei quilombos non vivevano solo i negri evasi dalle piantagioni ma anche alcuni europei e alcuni indios. Tali piccole società costituivano perciò dei veri e proprio crogiuoli culturali e se ne hanno tracce di presenza in diverse zone del Brasile: Amazonas, Maranhão, Pernambuco, Bahia, Sergipe, Mato Grosso, Minas Gerais, São Paulo, Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Il quilombo più grande e famoso è stato il Quilombo de Palmares.
La data di fondazione del quilombo di Palmares è incerta. Si sa che avvenne intorno all’ultimo decennio del secolo XVI e i primi anni del secolo ad opera di una quarantina di schiavi fuggiti da una fazenda in Pernambuco. I fuggitivi scelsero un luogo a circa 70 km dalla costa chiamato Serra da Barriga, in montagna in una zona dove il bosco era fitto e con molti palmizi (palmeiras) che finirono per dargli il nome con cui lo ricordiamo oggi, visto che pare i suoi abitanti lo chiamassero “Angola Janga” (piccola africa). Ben presto quella che doveva essere una struttura di accoglienza per i fuggiaschi acciocché potessero difendersi dalle battute di cattura si trasformò: i palmarensi attaccavano le fazendas vicine, liberavano schiavi, rubavano armi e munizioni, facevano prigionieri.
Questo tipo di attività aggressiva preoccupò subito le autorità e fino dal 1602 si tentarono spedizioni armate documentate per mettervi fine.
All’inizio il sostentamento del quilombo era affidato a caccia, pesca, e raccolta di frutti e vegetazione selvatica. Con il passare del tempo, il quilombo cominciò a coltivare grano, manioca, legumi, canna da zucchero e patate dolci. Si producevano anche un olio combustibile per l’illuminazione e un olio commestibile per la conservazione degli alimenti. L’organizzazione era collettiva, così come il lavoro. Non esisteva la proprietà privata (documentato dal resoconto di un proprietario terriero del 1677).
La produzione non solo era sufficiente per il sostentamento del quilombo ma addirittura dava la possibilità di scambiare alcuni dei prodotti con i centri abitati più vicini che fornivano armi, utensili e munizioni utili alla resistenza.
Pare che la popolazione del quilombo arrivò ad essere addirittura di 20.000 persone nel suo periodo d’oro.
Il quilombo era diviso in zone, in quartieri, a cui i portoghesi avevano dato anche un nome identificativo. Parte della popolazione era anche india e bianca. I bianchi di solito erano persone che vi si rifugiavano o per motivi ideologici (ad esempio per essere contrari alla schiavitù), per essere a loro volta criminali in fuga, per motivi economici (la vita per i poveri nel brasile coloniale era davvero inaffrontabile) oppure per motivi religiosi (ebrei e atei venivano perseguitati). Era quindi una società multiculturale ante litteram, dove si parlava una lingua mista tra portoghese, africano e criollo e una religione sincretica che univa le tradizioni religiose di ciascuno.
È possibile che proprio a Palmares (se non nelle senzalas stesse) siano nate le prime forme di ciò che oggi identifichiamo come cultura afro-brasiliana: capoeira, maculelè, candomblè, samba di roda.
La struttura politico governativa di palmares era di stampo proto-monarchico federale. Il re più noto e famoso è Ganga Zumba. La prima sconfitta di Palmares avvenne soltanto nel 1676. la cattura di personaggi di rilievo all’interno del quilombo dette spazio ai primi negoziati. Ganga Zumba firmò un accordo che prevedeva il trasferimento come uomini liberi di tutti coloro che fossero nati a Palmares in un’altra zona, la possibilità del nuovo insediamento di commerciare liberamente e l’accettazione del reintegro sociale di tutti quelli che avrebbero sottoscritto l’accordo. Per molti palmarensi questo accordo avrebbe voluto dire la fine della libertà conquistata. Così Ganga Zumba venne contestato da una fazione più radicale capeggiata da un personaggio ormai leggendario: Zumbi De Palmares, nipote di Ganga Zumba, eroico guerriero oggi simbolo della libertà e della coscienza negra.
Fino al 1687 le spedizioni numerose per sconfiggere i palmarensi ribelli non dettero alcun risultato e contemporaneamente continuavano i tentativi di mediazione. Nel 1693 venne organizzata una spedizione di quasi 14.000 uomini provenienti da tutto il Brasile. Quando la spedizione arrivò a Palmares trovò una fortezza estremamente ben costruita. L’unica possibilità era di accamparsi in assedio costruendo un’ulteriore cinta. Così fu. All’inizio comunque gli attacchi non ebbero esito. Lo ebbero quando poterono usare i 200 cannoni arrivati dalla capitale. I Palmarensi osarono addirittura una ttacco di sorpresa ma furono in gran parte uccisi. Zumbì, pur dato per morto, riuscì a salvarsi. E l’anno seguente con 2000 uomini ancora organizzava imboscate. In una di queste imboscate fu catturato uno dei capitani di Zumbi, Antonio Soares. Fu lui che in cambio della promessa della libertà, imprigionato e torturato, scelse di tradire Zumbì. Gli si presentò come se fosse riuscito a fuggire e quando Zumbì, felice di vederlo tornare, andò ad abbracciarlo, Antonio Soares lo pugnalò allo stomaco. Era il 20 novembre 1695, tutt’oggi tale data viene ricordata con una festa nazionale in nome della Coscienza Negra.

La principessa Isabel e l'abolizione della schiavitù

Nel 1822 il Brasile ottiene l'indipendenza dal Portogallo e diventa un impero, ma la schiavitù resta ancora in vigore fino a quando, nel 1871, la Principessa Isabella, figlia dell'imperatore Pietro II e allora reggente in suo nome, è indotta dal parlamento a decretare l'emancipazione dei nascituri figli degli schiavi (lei do ventre livre). Successivamente, fra il 1885 (lei do sexagenarios, liberava gli schiavi che arrivavano a compiere i 60 anni) e il 1888, la schiavitù viene definitivamente abolita (“Lei Aurea” 13 maggio 1888). C’è da dire però che nel processo di abolizione della schiavitù di certo contarono molto anche le azioni sabotative organizzate dai quilombos che avevano continuato la loro sotterranea lotta per la libertà sull’esempio di Palmares.
L'anno successivo (1889) un colpo di stato militare segna la fine dell'Impero e instaura la repubblica.
Gli schiavi liberati vennero abbandonati a loro stessi senza alcun piano di indennizzo economico per le ingiustizie e i danni fisici e morali subiti e senza alcun piano di integrazione sociale e si trovarono nella situazione difficile di non avere uno spazio di vita in cui collocarsi. Non a caso molti di loro si dettero alla malavita, mentre molti altri vennero impiegati, per l’abilità nella lotta e la forza fisica, come guardie personali o spedizioni intimidatorie e/o punitive. In questo periodo, soprattutto dopo la proclamazione della repubblica, la capoeira viene associata per l’appunto agli ex-schiavi liberati, e quindi ad un elemento di destabilizzazione sociale, a gruppi di delinquenti e vagabondi, come si evince dai primi primi rapporti della polizia che le si riferiscono chiamandola anche vadiação (cioè vagabondaggio, indolenza) o malandragem (cioè astuzia tipica dei furfanti di strada).
Perciò e perchè comunque rientrava nelle manifestazioni di cultura non portoghese che venivano represse in quanto tali, la capoeira conosce il suo periodo pù difficile: quello dell’illegalità: l'articolo 402 del codice penale repubblicano, istituito nel 1890, proibisce "la pratica nelle strade o nelle pubbliche piazze dell'esercizio di agilità e destrezza fisica conosciuto col nome di capoeiragem", con pene dai due ai sei mesi di prigione per i praticanti e il doppio per i maestri o i capi
I capoeristi in questo periodo assumono un’immagine piuttosto romantica; alcuni, come il Manduca da Praia, processato 27 volte e mai condannato, erano famosi per la loro eleganza e spietatezza.
Nella città di Salvador, il luogo che più è legato storicamente alla capoeira è il porto. Marinaio, facchino e stivatore sono le professioni dei primi capoeristi di cui abbiamo qualche notizia.
E non sarebbe fuori luogo ipotizzare che la capoeira come oggi la conosciamo abbia mosso i primi passi tra le feste popolari ed i momenti di riposo dei lavoratori portuali. Il porto è luogo di scambio non solo di merci, ma anche di culture, e dove ci son marinai, ci son risse e ognuno presumibilmente usava il proprio metodo di lotta.
La capoeira, a pensarci bene, trova nell'ambiente del porto di Salvador tutti i suoi elementi: una comunità dedita a lavori che richiedono grande forza fisica, immersa nella musica e nel ritmo, costretta a sviluppare capacità marziali a causa dell’ambiente violento. Non sembrerebbe strano che una comunità del genere in occasione delle feste sviluppasse una forma ludica che la rappresentasse. Ricordato tra i capoeiristi più valenti nell’ambito portuale è Samuel Querido de Deus, pare che i marinai nordamericani addirittura pagassero per vederlo lottare. Nell’ambito dei portuali si trovano capoeiristi anche molto impegnati nelle rivendicazioni sindacali e nelle agitazioni del popolo (Jorge Amado, “Mar Morto, Capitães de areia). Piano piano i capoeiristi andavano conquistando un loro ruolo e una loro dignità sociale.
Il personaggio più noto di quest’epoca - si potrebbe dire il simbolo - è il leggendario Besouro Mangangá. Manoel Henrique, questo era il suo vero nome, era nativo di Santo Amaro da Purificação, nel Recôncavo baiano. Invincibile capoerista, terrore della polizia, doveva il suo nome (besouro vuol dire cervo volante) alla capacità che gli si attribuiva di trasformarsi in insetto per sfuggire alle forze dell’ordine. Si diceva anche che avesse il “corpo chiuso” (corpo fechado) grazie ad alcuni rituali, che fosse cioè invulnerabile a tutto. Raccontano che una volta, inseguito dalla polizia si mise con le spalle ad una croce nella piazza e che spalancò le braccia. La polizia sparò e lui cadde al suolo. Ma quando le guardie, convinte di averlo ucciso, si avvicinarono, lui balzò in piedi colpendone più di una e se ne andò ridendo. L’unica arma a cui non poteva opporre la sua forza era un pugnale chiamato cutum, che è forgiato secondo particolari rituali magici, arma con la quale fu puntualmente ucciso all'età di 27 anni da un assassino prezzolato a Maracangalha, che lo colpì ingannandolo. Il nome di Besouro Preto è ancora oggi uno dei più ricorrenti nelle canzoni di capoeira. E Besouro ha lasciato anche degli allievi (come Cobrinha verde), che ne hanno raccontate le gesta, testimonianza che non è solo frutto della leggenda.
Anche una donna è ricordata in tanti samba e ballate dell’ambiente del porto: si tratta di Rosa Palmeirão, che dicevano essere bella e forte e bravissima nell’arte. Dicono che sotto la gonna nascondesse un rasoio affilatissimo, tra i seni un pugnale, che avesse sconfitto sei uomini insieme, che fosse evasa dodici volte di prigione e che conducesse il peschereccio come un uomo.
Di fatto, anche dopo la legalizzazione, avvenuta solo tra il 1930 e il 1934 per volontà del presidente Getulio Vargas, la capoeira rimase a lungo associata a fenomeni di disordine sociale, di destabilizzazione e di marginalità. Soltanto ultimamente, dopo gli anni ’80 la capoeira ha iniziato ad essere riconosciuta come un’attività sportiva dignitosa ed efficace e soltanto in questi ultimi mesi, secondo le parole di Gilberto Gil, ministro della cultura brasiliano, le è stata ufficialmente riconosciuto il valore culturale e tradizionale.

Accademie

Nel 1934 Getulio Vargas, allora presidente della Repubblica, legalizzò varie espressioni culturali afro-brasiliane fino ad allora proibite, come il candomblé e la capoeira, a condizione che fossero praticate in luoghi chiusi. Questa era chiaramente una mossa per mettere sotto controllo ciò che di fatto avveniva in clandestinità. E' indubbio però che, se questo evento costrinse la capoeira a venire a patti con il potere, le consentì anche un’espansione senza precedenti.
In realtà Manoel dos Reis Machado, mestre Bimba (1900-1974), già stava dando lezioni regolarmente almeno dal 1928; questo maestro sarebbe passato alla storia anche solo per essere stato il primo capoerista ad esibirsi davanti ad un presidente della Repubblica (nel ’57, il presidente era Getulio Vargas) , ma la sua entrata in scena ebbe delle conseguenze assolutamente imprevedibili per tutta la capoeira.
Bimba chiamò la sua scuola Escola de Luta Regional Bahiana , ed anche quando usò in seguito il termine capoeira, sempre volle distinguere la sua disciplina da quella che lui chiamava capuera pra turista ver , che aveva a suo avviso perso tutte le caratteristiche marziali. Per dimostrare questa tesi, non usò certo sottigliezze, ma prese ad irrompere nelle rodas altrui con fare piuttosto aggressivo.
Sostenne inoltre innumerevoli incontri su ring, contro capoeristi e praticanti di altre arti marziali, uscendone sempre vincitore.
Bimba fu il primo a creare un metodo d’insegnamento, fu il primo ad attirare la classe medio-alta bianca e ad ottenere dei riconoscimenti ufficiali; questo portò i rimanenti praticanti a coalizzarsi, facendosi alfieri della capoeira “tradizionale” che mestre Bimba stava inquinando. Questa coalizzazione avvenne attorno a Vicente Ferreira Pastinha, mestre Pastinha (1889-1981). La definizione di ciò che era Angola avvenne un po’ per contrasto: se nella capoeira Regional vi era una forte componente di praticanti bianchi, fu esaltata l’africanità; se Bimba prediligeva ed insegnava un gioco piuttosto alto e rapido, si estremizzarono lentezza e bassezza. Soprattutto in periferia invece continuarono ad esistere infinite varietà di capoeira tradizionale, più o meno marziali, più o meno rapide…
E’ interessante notare come alcuni angoleiri della periferia di Salvador (Mestre Nô, ad esempio), ritengano le critiche di Bimba all’Angola assolutamente giustificate se ci si limita ad osservare la capoeira del centro di Salvador, orientata principalmente all’esibizione, ma assolutamente non sostenibili rispetto all’Angola praticata negli altri quartieri, molto più dura e meno preoccupata dell’approvazione degli spettatori esterni .
Nella storia più recente la capoeira esce da Salvador, per approdare nelle grandi città: São Paulo e Rio de Janeiro.
Qui la capoeira si costituisce in gruppi , federazioni, diventa sport, diventa arte marziale, diventa moda. Si creano così i presupposti per l’esportazione di quello che, ormai da tempo non è più un simbolo del Brasile africano, ma del Brasile meticcio.
La capoeira del Sud del Brasile quasi cancellò quella Bahiana, portando le sue concezioni ed i suoi metodi più “avanzati” anche nella terra d’origine, al punto che, alla fine degli anni ’70, la capoeira Angola ha rischiato l’estinzione .
Ad invertire la tendenza è stata l’iniziativa di alcuni mestres tradizionali fra i quali per ovvi motivi di campanile citeremo Mestre Nô, che nel 1979 fonda il gruppo Capoeira Angola Palmares, questo gruppo riveste una particolare importanza non solo per aver offerto resistenza culturale, ma per la maniera in cui l’ha fatto, a differenza di altri gruppi tradizionali che si sono chiusi sui loro rituali ed hanno rifiutato il confronto con le scuole che non seguivano alla lettera i loro canoni, il Gruppo Palmares è sempre stato molto aperto ed ha sempre promosso rode aperte dove i vari stili potessero incontrarsi.

Autore Prof. Federico